Gruppo Mimosa

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Con il piacevole ed ineguagliabile contributo della “Prof.ssa Elvi Morchi”

 

 

Indice generale

  1. Luigina Zanella: Il gruppo Mimosa e il convegno
  2. Rosy: La corda
  3. Elisabetta: 22/09/17 Giornata psico-oncologia
  4. Maria M.: Chi scambia cambia
  5. Roberto Tomasi: Partecipare e documentare
  6. Maria Grazia: Le sfide si vincono lottando
  7. Elvi Morchi: Al convegno con il gruppo Mimosa
  8. Franca Portello: «Ma allora funziona!»
  9. Gabriella: Lettera
  10. Bertilla Girolimetto: Una vittoria di famiglia
  11. Anna Maria Martini: Diario di un viaggio

 

 1.         Luigina Zanella: Il gruppo Mimosa e il convegno

Il gruppo Mimosa, ideato dal dott. Riccardi, nasce l’otto marzo 2017. Siamo una decina di pazienti, il dottore, altre due psicologhe e Kristofer, arteterapeuta, che si rivelerà fondamentale durante tutta la nostra esperienza.

Ogni settimana un incontro in cui si parla, si condivide, si svolgono attività creative utilizzando gli acquarelli, i gessetti, l’argilla, seguite da Kristofer e stimolate dagli argomenti proposti dal dottor Riccardi.

Non manca nemmeno un corso di respirazione con la dottoressa Tamai.

Il nostro corpo, assieme alla mente, ne trae un grande benessere: ogni volta un passo in avanti per tutte.

Con le mimose, compagne di viaggio, è stato bello conoscerci e fare questo cammino insieme, tenendoci per mano, unite per raggiungere la stessa meta.

All’inizio ero come un pesce che doveva nuotare nel mare aperto. Nuotavo sempre di più ma la riva sembrava irraggiungibile. Poi, pian piano, le bracciate si sono modificate e, prendendo il ritmo giusto, ho raggiunto la sicurezza della terra ferma.

La testimonianza del percorso fatto avviene durante la Seconda giornata della psico-oncologia nazionale. Un bel traguardo: davanti a familiari e amici, a tanti medici, professionisti e autorità, noi a leggere, a riassumere un percorso. Un tratto della nostra vita doloroso ma estremamente arricchente.

Ognuno di noi è consapevole della grandezza di quel vissuto. Per arrivare fin qui ci sono stati degli ostacoli da superare: d’altronde tutto ti devi guadagnare con forza e costanza.

Posso dire che il gruppo Mimosa è stato la rampa di lancio per il cambiamento che è avvenuto in me.

Oggi è una gran giornata e quello che prima era paura e tensione si è sciolto e mi sento tranquilla assieme a tante persone amiche. La mia testimonianza, assieme a quella delle mie compagne, è un forte momento per tutte noi: anche da questa esperienza abbiamo acquistato forza e coraggio.

Un grande affettuoso abbraccio alle compagne del gruppo Mimosa.
I più sinceri ringraziamenti al dott. Riccardi, al presidente della Fondazione Altre Parole dott. Gaion e a tutti coloro che ci sono stati vicini nel nostro percorso.

Luigina Zanella


 2.         Rosi Bagnasco: La corda

ll gruppo Mimosa è stato per me la corda a cui aggrapparmi per uscire dal tunnel.
Mi ha ridato la libertà di esprimermi senza maschere, di condividere il mio dolore, la mia rabbia, la mia paura.
Mi ha costretto a reagire e a capire che quanto mi è successo mi ha sì portato via tanto (inutile negarlo) ma nello stesso tempo mi ha dato tanto.
Oggi sono una persona diversa, forte nella mia fragilità, con meno persone intorno ma con legami più profondi, che si ascolta, che cerca di volersi bene.
È stato un percorso emotivamente faticoso: non è facile mettersi a nudo; ma in ogni incontro c’erano  calore e un grande rispetto, che  mi hanno consentito di liberare pian piano il grido di dolore che mi rimbombava dentro  e mi avvelenava più del tumore.
Uscivo sempre con gli occhi lucidi ma più leggera e soprattutto con pensieri positivi.


 3.         Elisabetta: 22/09/17 Giornata di psico-oncologia


Non avrei mai pensato e tantomeno voluto scrivere qualcosa che riguardasse il mondo dell’oncologia. Ma quando, più di un anno fa, mia mamma si è ammalata di tumore al seno certi termini e definizioni sono entrati nel mio quotidiano. Un quotidiano carico di sofferenze, ansie, paure e incertezze per chi, come me, non aveva mai messo in conto che potesse succedere.

Il cammino per tutta la nostra famiglia è stato difficile ma non impossibile, perché comunque  la mamma  ha combattuto il male senza mai arrendersi, infondendo sicurezza anche a noi. Sicurezza e serenità ci venivano trasmesse perché la vedevamo serena e protetta. Protetta in quel reparto dove tutti si prodigano per fornire un’assistenza che va oltre la semplice assistenza.
Assistenza medica e psicologica sono sempre andate di pari passo e la dimostrazione di tutto ciò si è potuto constatare nel corso della Seconda giornata nazionale della psico-oncologia con l’incontro organizzato a Cittadella, durante il quale c’è stata la presentazione ufficiale del gruppo Mimosa.

È stato un giorno speciale, di condivisione, dove l’importante non sono stati i ruoli: medici, infermieri, collaboratori, associazioni varie e pazienti erano tutti riuniti con un unico scopo: spiegare, approfondire, imparare, condividere, accettare e vivere queste delicate fasi della vita e della malattia.

È stato toccante vedere le pazienti salire una a una sopra il palco, emozionate ma fiere nell’esporre il loro vissuto, il bagaglio di esperienza, il percorso di guarigione.

Ritengo sia importante, vorrei dire fondamentale, che vengano organizzate queste giornate informative, dove si entra realmente a contatto con esperienze di vita, che seppur dolorose e inaspettate, contribuiscono alla crescita personale di ognuno di noi.

Elisabetta


 4.         Maria Maciariello: Chi scambia cambia

La malattia impone nuovi ritmi di vita e il campo visivo di chi in essa incorre si  restringe all’obiettivo prioritario della lotta e del risultato; ciò che connotava il proprio mondo perde di colore, di forza e si diventa altro. L’essenza della persona cara sfugge per chi prova a starle vicino ed è difficile trovare un modo per riagganciare nel profondo chi vive la nuova e difficile realtà.

Poi arriva una comunicazione e un avviso sul Convegno: occasione da non perdere. Propongo la mia partecipazione, anzi divento l’accompagnatrice.

Ottima scelta quella di esserci, vista l’importante opportunità di vivere per qualche ora l’emozione di essere di fronte a una grande professionalità, in grado di rendere l’ambiente sereno, umano e a tratti perfino leggero.

Perfetta la figura chiave dell’albero che perde foglie e rami e che si piega ma continuerà a vivere.

Il bosco di Mimose ha poi emanato in tutta la sala un intenso profumo, balsamo per il dolore, e ha espresso l’essenza del progetto. Bellissime immagini circolano tra i presenti: il gruppo come ascensore per la risalita, come oasi, fonte di nuova energia, momento importantissimo per svuotare il sacco senza troppo gravare sui familiari. Da punto d’incontro tra infelici a grande opportunità di leggerezza, di recupero. Luogo in cui si trovano le persone per affidarsi e scaldarsi dal freddo che paralizza dentro.

Chi scambia, cambia: vero anche per il tessuto ospedaliero che, rinforzato dalla formazione, si è preparato ad accogliere con nuova professionalità chi entra in terapia per riappropriarsi della propria vita.

Ho partecipato a un Convegno che nelle mie intenzioni e nei fatti ha aperto per me un nuovo canale di comunicazione con la mia amica improntato alla positività.

Grazie infinite a tutti. Maria Maciariello


 5.         Roberto Tomasi: Partecipare e documentare

La mia partecipazione alla Seconda giornata nazionale della psico-oncologia, tenutasi il 22 settembre 2017 a Cittadella, è stata per me, familiare di una paziente oncologica, molto interessante e arricchente.

I vari interventi di medici e collaboratori si sono rivelati strumenti ricchi e positivi, utili per poter affrontare i vari problemi che insorgono nella vita quotidiana di una famiglia toccata dalla malattia.

Ma per me le letture fatte dalle componenti del gruppo Mimosa, che hanno messo a nudo le loro esperienze, sono state ancora più significative: hanno fatto capire che, con coraggio e determinazione e l’aiuto di persone competenti sono riuscite a mettere da parte l’angoscia per non avere come compagne di vita ansia e paura.

Mentre le ascoltavo mi sono ritrovato a filmarle, una a una, senza altro scopo che documentare i loro interventi che tanto bene mi stavano facendo.

In conclusione, questo incontro mi ha fatto capire che le difficoltà della malattia si possono affrontare più serenamente, sin da quando ti arriva la diagnosi, insieme con tante persone sincere e appassionate, perché sai che nel bisogno c’è chi è pronto a darti un aiuto.

Roberto Tomasi


 6.         Maria Grazia: Le sfide si vincono lottando

Su invito di Luigina, mia carissima amica, ho partecipato alla Seconda giornata nazionale della psico-oncologia, organizzata dalla fondazione Altre Parole.

Sono state sei ore molto intense, ricche di informazioni, competenze, progetti.

Ho visto la passione e la professionalità dei medici, messa a disposizione di chi più che mai ha la necessità di non sentirsi solo nell’affrontare un percorso difficile e incerto.

La testimonianza poi delle donne del progetto Mimosa è stata emozionante: titubanti all’inizio nel leggere a voce alta la propria esperienza, ma poi sempre più sicure e forti, orgogliose dei risultati raggiunti faticosamente, si mettono in gioco con coraggio e determinazione.

La paura sostituita dalla consapevolezza che le sfide si vincono lottando con ogni mezzo e loro, con i loro angeli come li chiama Luigina, hanno vinto.

Un grazie di tutto, per tutto, Maria Grazia


 7.         Elvi Morchi: Al convegno con il gruppo Mimosa

Non mi piace arrivare in ritardo agli appuntamenti, ma questa volta, non me ne vogliano i primi relatori, scelgo di proposito di saltare tutta la prima parte, quella dei saluti istituzionali per intenderci, parte sicuramente importante per dare forza ad un convegno e ai suoi contenuti, ma non essenziale per chi, come me, non sa se riuscirà ad avere energia a sufficienza per reggere il programma, che è molto vasto e si protrarrà fino a tarda sera.

E’ la prima volta che esco di casa, dopo tanto tempo: ho addirittura rischiato di non riuscire ad essere presente e ciò sarebbe stata una delusione cocente per me, che da mesi sogno il momento di poter dar testimonianza di quanto ho ricevuto dalle attività del gruppo Mimosa. E dire che, quando il dottor Riccardi mi propose di entrare a far parte di questo gruppo, mille dubbi mi assalirono: avevo paura di chiudermi in modo stabile nella malattia, di trovarmi a vivere perennemente in ospedale, con persone che probabilmente non avrebbero parlato altro che di drammi, malanni e tristezze. Fortunatamente non è stato così e, se avessi rifiutato, mi sarei persa un percorso importante che mi ha fatto ritrovare una forza che credevo perduta e vicinanze nuove.

Arrivo così verso le tre con una delle mie più care amiche. Mi chiedo cosa lei stia provando. Il colpo d’occhio è bellissimo: la sala è ben illuminata, anche di luce naturale, ha una buona acustica ed è piena. Scoprirò dopo che ci sono ben duecentoquaranta persone e tutte paiono interessate e attente. Lungo la parete destra vedo i nostri dipinti, legati assieme da un lungo filo rosso. Nel riconoscerli mi ritornano a mente i momenti in cui

sono nati e cosa rappresentano davvero: tappe importanti per tornare alla normalità.

Incontro molte persone che conosco ed è molto piacevole sentirsi riconosciuta e accolta in un luogo diverso dal solito da medici, infermiere, terapeuti, pazienti. Oggi tutto il reparto appare sorridente, in festa.

I parenti, gli amici, si guardano attorno e sorridono anch’essi, anche se più timidamente.

Forse ognuno pensa come me: qui ci siamo arrivati e ne sono felice.

Raggiungo il mio gruppo, cui sono state riservate delle poltroncine proprio sotto il palco per non creare intralcio quando verremo chiamate a parlare. Un saluto appena sussurrato ad un paio di compagne vicine, un cenno alle altre. Mi arriva un’onda di emozioni, che mi fa bene. Nessuna di noi sa cosa dirà l’altra, ma sono sicura che ci sarà armonia.

Non siamo tutte: Barbara e Giovanna sono state trattenute altrove da gravosi impegni familiari e Rosi di lavoro. Mi dispiace, avremmo dovuto essere tutte assieme in questa giornata di condivisione e di festa. Ma, ormai lo sappiamo bene, la vita non fa sconti a nessuno e anche se sei ammalato, i problemi nelle famiglie arrivano lo stesso. So che ci sono altri gruppi e penso a come si sentiranno e a come presenteranno il loro percorso. Il convegno è un tappa importante per tutti.

Mi accorgo presto che è già stato accumulato parecchio ritardo e mi domando come si potrà riuscire a trovare il tempo per fare tutto.

Finalmente cominciano le relazioni tecniche. Non sempre mi è facile capire, per questo provo gratitudine profonda per coloro i quali si sforzano, cercando di farsi comprendere anche dai non addetti ai lavori.

Alle quattro, anticipando la fine della giornata di lavoro, arriverà mio figlio, assieme a due amici, interessati alle attività di umanizzazione delle cure del reparto e ad una giovane coppia di vicini di casa, che in questi anni di malattia sono diventati fondamentali per me, per la mia indipendenza e per la tranquillità dei miei figli, che abitano lontano. Sapere che ci saranno mi dà una gioia sottile. Sono sicura che il convegno farà del bene anche a loro.

Elvi Morchi


 8.         Franca Portello: «Ma allora funziona!»

Serata danzante al ritmo di boogie-woogie presso l’ANSPI del paese. L’eccitazione di mia figlia, organizzatrice di tale serata, è contagiosa e mi sprona ad allargare l’invito anche ai nostri amici.

Da subito i toni troppo alti della musica quasi ci infastidiscono e noi non più giovani decidiamo di spostarci da quel tavolo prenotato. Ma anche nella nuova postazione la conversazione si riduce all’essenziale e io mi regalo momenti solitari di portinierato: ma come è invecchiato quello, ma quella è la figlia di, ma guarda come è diventata, era così dolce e carina, guarda quella coppia, ma come è brutta lei.

Il tutto intervallato da: «Come sta tuo marito?» «Ma sai, la schiena: aspettiamo l’esito della TAC.»

«Ah! Io non posso mangiare: mi hanno tolto i denti, ho una protesi provvisoria. Per carità, non fatemi nemmeno ridere: potrebbe cadermi tutto.» E l’altra: «Sai, ho dei dolori strani alla testa non avrò mica un tumore?»

E io, un po’ distesa sulla sedia, tento di trovare una posizione idonea al benessere della mia pancia, che da poco ha subito un intervento di lipofilling per cercare di regalarmi un po’ di seno dopo due mastectomie.

Così consumiamo la serata. Ah dimenticavo: Davide, sempre in giro con la sua Canon, mi regala una foto che metterò nel mio profilo WhatsApp. Kusu, mia figlia, balla tutta la sera e io mi crogiolo in questo: il suo divertimento mi rasserena.

Ma il momento forte della serata me lo regali tu, Luca, ex bambino dirimpettaio, ora più che trentenne.

Non ti rivedevo da molto. Subito mi chiedi come sto. Io mi informo un po’ sulla tua vita e tu mi dici: «La vita è dura, però.» Mi racconti del tuo lavoro che va e non va, di tua mamma supportata dallo psicologo, della nonna che non ti riconosce più e che tu non riesci più ad andare a trovare.

E dici anche: «Penso che la vita sia più facile per le persone ignoranti.» E io aggiungo: «Sicuramente è più facile anche per quelle meno sensibili. Purtroppo la vita è così! Il dolore ci fa diventare forti.»

A quel punto avvicini una sedia e ti siedi, vuoi sapere di più della mia malattia. Io a sommi capi ti racconto, anche che alla fine sono stata psicologicamente aiutata. Ti ho visto sgranare gli occhi e mi hai detto: «Ma allora funziona!»

Sì caro Luca, con me ha funzionato e quando, dopo un anno di terapia, ho sentito il dovere di ringraziare il dottore che mi sta ancora aiutando, lui mi ha risposto: «Io ringrazio lei Franca, perché si è lasciata aiutare.»

Ecco, questo incontro mi ha portato a fare una riflessione: tutti siamo vulnerabili e bisognosi di aiuto e noi ammalati oncologici lo siamo ancora di più.

La fondazione Altre Parole è nata per questo: escogitare progetti e servizi per rispondere ai bisogni dei pazienti e familiari in ambito oncologico. Ho avuto la fortuna di essere stata scelta per far parte di questo progetto: all’inizio incontri con lo psicologo, poi raduni a Montegrotto, due giorni di full-immersion in varie attività e poi – quale regalo! – la terapia di gruppo (gruppo Mimosa è il nome scelto dal nostro dott. Riccardi, forse perché ha avuto inizio proprio il giorno della festa della donna; ma a me piace pensare che la mimosa sia stata scelta per la sua forma: mi identifico in una di queste palline gialle, mi piace confondermi e diventare parte di un unico fiore formato da tante, tantissime donne che si sostengono a vicenda).

Ora non sono più sola. Che bella la condivisione e non solo del dolore: ormai condividiamo quasi sempre cose belle, perché quelle brutte cerchiamo di gestirle da sole, e qualche volta ci riusciamo.

Bellissimo l’incontro del 22 settembre a Cittadella presso Villa Rina, organizzata in occasione della Seconda giornata nazionale della psico-oncologia. La grande sala era pienissima. La presenza di molti medici, di politici, di ammalati e non ammalati mi ha all’inizio quasi spaventata. Ma poi la sentita partecipazione di tutti alla lettura delle nostre testimonianze mi ha rincuorata e ancora una volta sono arrivata alla conclusione che questa è la strada giusta e che bisogna aiutare i malati a percorrerla. Però attenzione, al traguardo non troverete medaglie ad attendervi, ma solo tanta riconoscenza da parte di noi ammalati.


 9.         Gabriella: Lettera

Care donne del gruppo Mimosa,

ripensare all’incontro del 22 settembre 2017 mi riesce facile: mi è rimasto dentro, mi accompagna nella mia quotidianità. Ripenso spesso alla vostra disponibilità ad accettare di essere aiutate da persone competenti e preparate.

Il vostro percorso, la vostra fatica, il capire che solo stando assieme, in un gruppo di persone che vivono come te momenti speciali della vita e che mai avresti pensato ti avrebbero raggiunto, è stato per me come un tesoro che arricchisce.

I vostri volti esprimevano la paura di esporvi in pubblico, ma anche il vostro coraggio di raccontarvi.

Si avvertiva la vostra forza, la capacità della condivisione tra di voi e con gli altri.

Mi capita così di pensare spesso a quel pomeriggio come a un dono. Per questo vi ringrazio di vero cuore e vi abbraccio.

Gabriella


 10.     Bertilla Girolimetto: Una vittoria di famiglia

Il 22 settembre è stata per me una giornata importante: in  parte per quello che medici, psicologi e personale infermieristico hanno saputo trasmettere della loro esperienza professionale e delle loro speranze, che li porta a sognare una realtà che si prenda cura dell’ammalato in tutti suoi aspetti.

Sopra quel palco c’è stata una carrellata di persone, ognuna delle quali portava la propria esperienza di vissuto.

Le parole dette non erano solo parole, erano altre parole  e l’obiettivo era unico: l’ammalato. È stato consolante ed emozionante sentire medici e psicologi interessati all’umanizzazione delle cure, cioè al prendersi cura della persona in tutta la sua specificità: corpo, mente e anima.

La bellezza delle idee nasce dal desiderio di realizzare qualcosa di speciale per gli altri. Idee che sostengono, aiutano e ti fanno capire che qualcuno ha pensato a te prima che tu ne avessi bisogno. E di questo sono profondamente grata.

Ma quello che mi ha fatto stare veramente bene è sapere che c’era la mia famiglia. Erano lì per me, fieri del percorso che ho fatto, per come ho vissuto la mia malattia.

Non è retorica dire che la famiglia è parte indispensabile nell’aiutare la persona ammalata di cancro. Nel momento in cui ho avuto bisogno dei miei familiari, perché non ero in grado di portare avanti da sola la chemioterapia che è stata devastante, loro c’erano, e ognuno di loro ha fatto per me quello che era nelle loro capacità e disponibilità. Tutti, nessuno escluso: dalla nipotina più giovane a mio marito.

Il 22 settembre ho celebrato la mia personale vittoria sulla vita, poiché la vita mi ha dato un’altra possibilità.

Sono molte le persone che mi hanno aiutato in questo periodo, ma la mia famiglia ha vissuto con me e per me momenti, giorni e mesi. La vicinanza dei miei familiari, il loro amore è stato per me fonte di energia positiva. E anche di questo sono profondamente grata.


 11.     Anna Maria Martini: Diario di un viaggio

Riuscirò a trovare parole efficaci per raggiungere nel modo migliore chi leggerà queste righe? Lo spero.

Dare testimonianza di quante opportunità ha portato con sé l’esperienza con il gruppo Mimosa è per me un impegno verso chi sta navigando le acque della malattia oncologica.

Essere d’aiuto anche a una sola persona, a un familiare, a un figlio sarebbe già aver raggiunto l’obbiettivo.

Decidere di partecipare a un gruppo di psicoterapia è come partire per un viaggio dentro se stessi e alla scoperta di ognuno dei compagni.

Tutto ciò che, in ogni incontro, ciascuno si sente di dire crea una rete di condivisioni benefiche e preziose.

Ci si rasserena, i pensieri si acquietano e la stanchezza diminuisce: quella del corpo, quella del cuore e quella della mente.

Quando arriva l’ora di salutarsi per andare a casa ci si sente leggeri, fiduciosi, pieni di energia nuova.

Per me ogni incontro del gruppo Mimosa è stato così.

Altri possono scoprire questa possibilità e sentire ancora di più di potercela fare: lo auguro di cuore a tutti.

La traccia di quello che con le altre mimose ho vissuto magari stuzzicherà la vostra curiosità e deciderete di informarvi.

Sarà un regalo che vi farete. Provare per credere!  link a appunti…spunti

 

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