Le emozioni a tavola

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Le emozioni a tavola

Le emozioni a tavola

Alimentazione – Le emozioni a tavola

Le emozioni a tavola

Emozione: definizione

Le emozioni a tavola – Cos’è un’emozione? Sarebbe bello che le emozioni fossero argomento di discussione quotidiana, ma  da mattina a sera non si sente parlare altro che di politica, economia, guerre, dieta e gossip. Se ne parla in tv, su internet, sui giornali, per strada… si ascoltano frasi fatte e ognuno parla per sentito dire, come nel gioco del telefono. Le parole viaggiano di bocca in bocca e ci sfiorano appena. Tutti a pelo dell’acqua, si sguazza e si rimane a galla facendo il morto: occhi chiusi, l’acqua che tappa le orecchie, qualche schizzo, una brezza leggera ad accarezzare il volto, e il corpo non pesa più. Guai ad andare in profondità! Se immergi la testa sott’acqua, gli occhi poi bruciano e manca l’aria… Ma se arriva un’onda, una di quelle grosse, il tuo fare il morto non ti salverà: l’onda ti rovescia, ti sconquassa, ti costringe a guardare sott’acqua e a rimanere senza fiato, per un attimo che sembra eterno. Così è la comunicazione della diagnosi di tumore.

Le emozioni a tavola

Siamo seduti a tavola, la tv è accesa e col suo brusio essa copre il nostro silenzio. Stiamo mangiando tutti assieme, seduti l’uno accanto all’altra, ma non ci guardiamo, perché il nostro sguardo è rivolto verso una scatola che ci intrattiene, ci fa passare il tempo senza fare domande. Così non siamo costretti a tirare fuori il caos di pensieri e di emozioni che abbiamo dentro, da quando quell’onda ci ha travolto.

Le emozioni a tavola

Eppure da sempre, nella storia dell’umanità, la tavola e il momento del pasto rappresentano un’occasione speciale di condivisione. Perché il mangiare ci ricorda che siamo animali, che abbiamo dei bisogni da soddisfare, ma che da soli non potremmo mai cavarcela. E allora si sta in famiglia e si impara a condividere il cibo, con rispetto. Esattamente come, da ragazzi, attorno al tavolino del bar, si condividono le battute, le risa, le delusioni sentimentali e le lacrime. E poi da adulti, seduti a una scrivania, si condividono con i colleghi i progetti di lavoro, le idee, le soddisfazioni e le incomprensioni… Insomma, un tavolo non è mai solo un appoggio per piatti e bicchieri, ma uno spazio fisico e relazionale in cui circolano le emozioni più disparate. Emozioni che danno sapore al cibo che mangiamo.

Le emozioni a tavola

Provate a immaginare la persona per voi più cara al mondo porgervi con la sua mano il vostro piatto preferito, e mentre lo fa, vi dice: “Tieni, è per te”. Che gusto avrà, per voi, quel piatto? Un gesto, un cibo e una parola legati da un profondo affetto: mai regalo fu più gradito!

E se lo stesso piatto ve lo porgesse una persona qualunque, in modo freddo e distaccato, magari un po’ brusco, il gusto sarebbe lo stesso? Immagino di no.

E lo sapete quanto tempo passiamo a tavola, ogni anno della nostra vita? Calcolando di dedicare, in media, circa 10 minuti alla colazione e 30 a ciascuno dei due pasti principali, allora ogni anno passiamo almeno 2 giorni e mezzo a fare colazione e 15 giorni a consumare pranzo e cena. Senza contare gli spuntini, i pranzi di Natale, di Pasqua, le cene con amici… e chi più ne ha, più ne metta!

Le emozioni a tavola

Allora, forse, ci rendiamo conto che vale la pena viversi realmente il momento del pasto, con la presenza mentale, oltre che fisica, e facendo attenzione agli elementi con cui andiamo a condirlo: se sono parole e gesti sinceri, se è indifferenza, o se sono silenzi riempiti dalle parole vacue della televisione.

A tavola non esistono tabù: se Gesù ha scelto di comunicare a cena che sarebbe morto e risorto, allora durante i pasti si può parlare di tutto, anche delle cose più sconvolgenti, purché siano dette col cuore. Si posa un attimo la forchetta, l’uno si esprime e l’altro porge l’orecchio, a turno, come in una danza, per poi riprendere entrambi a mangiare quando gli animi saranno più leggeri.

Le emozioni a tavola

Le occasioni di condivisione si presentano sempre: anche nei momenti più difficili della nostra esistenza, ci saranno un tavolo e qualcuno lì seduto con cui condividere cibo e parole di nutrimento per l’anima. Ma queste occasioni bisogna saperle riconoscere e concedersele.

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Tuttavia non siamo abituati a concederci qualcosa, se non per eventi speciali. Ad esempio, quando si avvicina il Natale, ci si dà un gran daffare a cercare le idee regalo migliori, il cofanetto regalo più originale, a prenotare di qui e di là… Siamo talmente proiettati nel futuro, che ci sfugge la cosa più importante: il presente. In inglese la parola “present” significa entrambe le cose: regalo e tempo presente. Proviamo a fare come gli inglesi, allora: a vedere ogni attimo della nostra esistenza come qualcosa che ci viene donato.

 

Capire meglio il legame tra alimentazione ed emozioni, e agire di conseguenza: potrebbe essere una buona idea regalo per gli altri e per noi stessi?

 

La scienza ce lo dice da secoli: alimentazione e stati d’animo sono indissolubili. In questo articolo siamo partiti dal momento della diagnosi come qualcosa che va ad interferire con le abitudini di tutti i giorni, comprese le abitudini alimentari; qualcosa che ci sconvolge e ci obbliga a fare i conti con i significati che attribuiamo alla vita e a tutti i piccoli e grandi momenti di cui si compone la nostra storia.

 

Se fate un viaggio a ritroso, nel vostro passato, quanti ricordi riemergono in cui sono presenti del cibo, delle persone a voi care e un tavolo? A me ne vengono in mente talmente tanti che quasi faccio fatica a contarli.

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Mi vengono in mente anche tantissimi dolci! E proprio di dolce andiamo alla ricerca quando siamo tristi o insoddisfatti. Perché?

Questa è la spiegazione scientifica: cervello e intestino comunicano attraverso il nervo vago. In che modo? Il cervello è protetto da dure meningi e vasi sanguigni dalle pareti molto spesse, che fanno passare solamente sostanze minuscole e liposolubili. I batteri del nostro intestino sono in grado di produrre simili sostanze, per esempio tirosina e triptofano. Questi due amminoacidi, una volta giunti nel cervello, si trasformano in dopamina, un ormone che influisce sul senso della gratificazione, e nella famosa serotina, meglio conosciuta come l’“ormone della felicità”. Pensate che addirittura il 95% della serotonina del nostro corpo viene prodotta dalle cellule dell’intestino! E quando abbiamo l’umore sotto le scarpe, il nostro saggio secondo cervello, l’intestino, ci dice: “Abbiamo fame di cibi che aumentano la serotonina e fanno salire l’umore!”. Chiaramente tutto questo avviene ad un livello inconscio, ma poi si traduce in azioni concrete: in un attimo ci ritroviamo di fronte allo scaffale dei biscotti e della cioccolata. Purtroppo di cibi così, che agiscono sul triptofano, e quindi sulla serotonina, ce ne sono molti che non fanno bene alla salute, perché contengono troppi zuccheri semplici e fanno alzare la glicemia. Ma ce ne sono altrettanti, chiamati “prebiotici”, che fanno solo bene, perché nutrono i nostri batteri buoni, ossia la microflora intestinale benefica, e lasciano a bocca asciutta i batteri cattivi. Tra gli alimenti prebiotici troviamo le banane (quelle ancora un po’ verdi), le noci, le piante appartenenti alla famiglia delle liliacee (porri, asparagi, aglio, cipolla, scalogno ed erba cipollina), le piante composite (carciofi, scorzonera, cicoria, lattuga e topinambur) e alcuni cereali, tra cui grano (integrale), avena e segale. Anche le patate e il riso lessato, ma solo se lasciati raffreddare, così il loro amido diventa resistente. Non male come lista, eh? Un’alimentazione corretta, basata su una dieta sana e ben bilanciata, di cui facciano parte anche i prebiotici, è di tutto vantaggio sia per l’intestino, che per il tono dell’umore.

Ora vi do un’altra spiegazione, che non necessita del microscopio ed è più vicina all’esperienza diretta. I nostri cari non ci hanno forse sempre fatto trovare una torta sul tavolo, il giorno del nostro compleanno? Tra mille sorrisi e gli auguri di una vita sempre così felice, abbiamo spento le candeline ed espresso chissà quanti desideri. Tutte le volte che è arrivato il giorno del nostro compleanno, il nostro giorno, abbiamo preso contatto con la nostra identità, che è andata rafforzandosi di anno in anno. E nel frattempo la torta è diventata un elemento concreto che richiama festa, felicità, soddisfazione, speranza, auto-stima, senso di identità e di appartenenza alla famiglia, al gruppo di amici. Quante sfaccettature emotive in un solo cibo! Proprio quelle che ci mancano e di cui sentiamo il bisogno nei momenti di tristezza e sconforto.

Come fare, dunque, ad esercitare un maggiore controllo su questa spinta a cercare soddisfazione nel cibo? E, al contrario, come fare a ritrovare il gusto del mangiare, quando qualcosa, ad esempio le terapie farmacologiche, ce lo toglie? La consapevolezza di tutti gli aspetti, più o meno biologici, che legano l’alimentazione alle emozioni, sicuramente ci dà forza e ci aiuta ad andare verso il mangiare sano. Ma la risposta principale la troviamo a tavola. Il ritorno alla buona vecchia abitudine di stare a tavola con i nostri cari, cercando di organizzare i pranzi e le cene in orari che permettano di passare del tempo assieme, per quanto possibile, senza che nessun apparecchio elettronico ci distolga da questo momento di comunione. Comunione, come espresso in precedenza, non solo di cibo, ma anche di pensieri e sentimenti. Il cibo come veicolo di molti messaggi.

Le emozioni a tavola

Vorrei concludere questo elaborato portandovi l’immagine di un momento speciale, a cui mi è stata data l’occasione di partecipare e che mi rimarrà per sempre scolpito nella memoria.

Alla fine di un percorso fatto assieme, un gruppo di persone, attorno a un tavolo, sorridono e fanno un brindisi in ricordo di qualcuno che non c’è più: non brindano con un vino qualsiasi, ma con uno dei suoi vini preferiti, proveniente proprio dalla sua cantina. Dentro a quei bicchieri ci sono vino, nostalgia, affetto… C’è la persona stessa, con tutto l’amore che ha lasciato.