Medicina Narrativa

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MEDICINA NARRATIVA

Medicina e narrazione: hanno qualche rapporto l’una con l’altra?

Medicina Narrativa – Viene spontaneo pensarle come due realtà estranee che, come l’acqua e l’olio, possono stare insieme solo miscelandole con forza. La medicina, ovvero l’arte di curare i mali del corpo, la immaginiamo su un piano diverso rispetto alle parole, che costituiscono la trama della nostra vita sociale.

L’accostamento è una questione di moda?

Potrebbe farlo pensare l’immagine che l’editore ha deciso di porre in copertina del libro che ho dedicato alla medicina narrativa (La medicina vestita di narrazione, Il Pensiero Scientifico, 2016).

Medicina Narrativa
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Ha scelto un manichino, con tanto di metro annodato al collo, così da creare inequivocabilmente un’atmosfera da sartoria. Ebbene, proprio la sartoria è la metafora che ci aiuta a mettere a fuoco il legame che esiste tra la cura e la narrazione.

Più che l’interesse per le mode effimere, ci guida l’intento che è proprio dell’arte sartoriale: adattare l’abito al corpo della persona.

Così che ognuno senta ciò che indossa come un’espressione del suo io più profondo.

Siamo agli antipodi delle divise tutte uguali, che annegano gli individui nella massa.

E anche degli abiti dei grandi magazzini, che tutt’al più permettono di differenziare la taglia.

Quand’anche l’abito che indossiamo fosse né troppo largo, né troppo stretto, siamo ancora lontani dall’ideale di un vestito creato appositamente per noi, che ci calza a pennello.

Proprio questo è, invece, il sogno che ci abita quando parliamo di medicina narrativa: quello di una cura che si adatti perfettamente a noi, “sartoriale” appunto.

Siamo forse nel regno dell’utopia?

Certo, non ci accontentiamo di una medicina ridotta a una sottospecie della meccanica dei corpi e di professionisti sanitari nel ruolo di “aggiustatori” (così come Tiziano Terzani chiamava gli oncologi che si impegnavano a sconfiggere il suo cancro, ma prescindendo completamente dalla sua persona: con una storia, un progetto, una vicenda esistenziale unica).

La medicina narrativa può essere un’etichetta nuova per veicolare un’aspirazione antica: che coloro che forniscono la cura e i malati che la ricevono si incontrino anzitutto come esseri umani.

L’”umanizzazione” dei trattamenti sanitari, che viene tanto spesso invocata, non passa attraverso i buoni sentimenti.

Empatia e condivisione non guastano, certo; ma è essenzialmente la parola quella che costituisce il dono e il compito della nostra umanità.

Lo scambio di parola si traduce in informazione e in ascolto. In medicina l’informazione ha acquisito progressivamente diritto di cittadinanza.

Basti pensare che solo fino a pochi anni fa ai medici si chiedeva di prendere decisioni di cura “in scienza e coscienza”, senza sentirsi obbligati a informare i malati e a ottenere un esplicito consenso ai trattamenti.

Oggi il cosiddetto consenso informato, ridotto a una procedura, straripa nelle strutture sanitarie. Ma l’ascolto latita.

Senza ascolto le decisioni cadranno sempre dall’alto, per quanti moduli di consenso informato si faccia firmare al paziente.

La “conversazione” – intesa non come chiacchierata amichevole, ma come scambio reciproco di saperi e di valori, nel rispetto dell’ineliminabile diversità di posizione tra chi richiede la cura e chi è in grado di erogarla – è l’anima della medicina narrativa. E’ in questo contesto che nascono le decisioni condivise: quelle tagliate su misura, come abiti di sartoria.

 

 

Sandro Spinsanti
Prof. Sandro Spinsanti Membro del comitato scientifico della Fondazione Altre Parole

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